Pulire l’arte per non metterla da parte. Per Maria Lai

Perché il museo a cielo aperto di Maria Lai non vada incontro al degrado, il Sistema Turistico Locale di Ulassai ha promosso la manifestazione “Ripuliamo l’arte”. Dal 6 ottobre, decine di volontari disseminati sul territorio daranno nuova vita alle opere site specific dell’artista scomparsa quest’anno.

Maria Lai, Il gioco del volo dell'oca (particolare), 2002
Maria Lai, Il gioco del volo dell’oca (particolare), 2002
Mano a secchi, scope, stracci, pennelli e vernici protettive. Parola d’ordine: Ripuliamo l’arte. A sei mesi dalla scomparsa di Maria Lai, Ulassai, paese d’origine dell’artista, si arma di coraggio rimboccandosi le maniche per dare lustro a un tesoro a cielo aperto ancora parzialmente ignoto: 13 grandi opere site specific realizzate tra il 1982 e il 2009 su gran parte del territorio comunale. La manifestazione, fortemente voluta dal Sistema Turistico Locale – che comprende anche il museo della Fondazione Stazione dell’Arte -, prevede l’intervento di decine di volontari pronti a mettere a lucido tutte le installazioni e a dotarle delle indicazioni necessarie per renderle finalmente fruibili, dal momento che “ogni opera d’arte deve diventare pane da offrire a una mensa comune”.
Da Il Lavatoio – primo degli interventi sul territorio dopo la performance Legarsi alla Montagna -, costruzione diroccata che ha visto il contributo di tre artisti Costantino NivolaLuigi Veronesi e Guido Strazza che, con le loro fontane, hanno impreziosito il grande Telaio soffitto, per arrivare alle più recenti Fiabe intrecciate, scultura d’acciaio ispirata a una fiaba scritta da Gramsci per il figlio che Maria Lai intreccia concettualmente alla leggenda sarda da cui è scaturita la celebre performance, e La cattura dell’ala del vento.

Maria Lai, La cattura dell'ala del vento
Maria Lai, La cattura dell’ala del vento
Tra queste si snodano le altre opere in parte ideate per tamponare il dilagare del cemento armato nel paesaggio naturale a causa di alluvioni e frane: Le capre cucite, teorie di monumentali capre fissate con graffe di ferro che si stagliano sulle pareti a suggerire la tradizionale tessitura sarda; La scarpata, pareti contenitive che accolgono pietre franate con l’intento di dare voce alla memoria delle rocce; La strada del rito dove pani, uccelli e pesci stilizzati di evangelica memoria si susseguono per oltre sette chilometri di muratura. Per concludere con I Muri del groviglio, fili di parole incisi sul cemento ancora fresco. Pensieri e riflessioni sull’arte che partono dal presupposto che il vero problema non sia solo quello di divulgare l’arte bensì di educare l’individuo a interpretarla, non a caso “è necessario che qualcuno ci aiuti nell’incontro con l’opera, per poi ritrovare l’opera da soli”. La riflessione sul ruolo dell’arte è espresso sinteticamente quanto poeticamente anche su una lavagna ricavata da una parete rocciosa che esibisce la frase “l’arte ci prende per mano” e nella serie dei pani in terracotta smaltata allestiti in via Venezia.
Maria Lai, I libri, pensieri sull'arte, 2003
Maria Lai, I libri, pensieri sull’arte, 2003
Il percorso a cielo aperto prosegue con Il gioco del volo dell’oca, metafora del percorso esistenziale, per un’interazione tra espressività artistica e comunità, sotto forma di uno dei giochi più celebri che inizia così: “Il guscio dell’uovo si rompe da dentro quando il pulcino inizia a bussare, bussa il pulcino che vuole passare dal guscio dell’uovo al guscio del mondo”. E si conclude con la Casa delle Inquietudini, che origina da una fiaba di Salvatore Combosu, dove l’inconscio che genera i mostri – animali primordiali dalle fattezze antropomorfe -, incarna paure e inquietudini dell’intera comunità. Sì, perché Maria Lai è capace di scuotere le coscienze, risvegliare miti atavici assopiti con la poesia del gesto creativo lento e silenzioso, semplice e quotidiano, che affonda le radici nel simbolo ma anche nell’essenza dell’identità e dell’appartenenza. Selvatica come la sua terra ha sempre guardato al mondo con gli occhi di un bambino con l’ansia e la voglia di infinito. In un intimo e continuo colloquio imprescindibile da tutto ciò che è natura poiché “il paesaggio non si pone come luogo da arredare, resta protagonista e l’arte nasce per dargli voce”.
Roberta Vanali

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