Intervista a Silvia Argiolas




“Io sono così: un po’ sole un po’ ombra, delle volte più ombra”. Ombra che si sottrae alla luce, che s’insinua tra i meandri dell’inconscio, che scandisce un disagio esistenziale straziante determinato da un processo inarrestabile di degenerazione sociale. Artefice di una pittura altamente visionaria che muove dal ciclo vitale di morte e rigenerazione, Silvia Argiolas (Cagliari, 1977. Vive e lavora a Milano) apre scenari inquietanti dove esseri antropomorfi, come spettri dell’inconscio, vivono immersi in un’atmosfera morbosa fatta di imperscrutabili riti di passaggio atti ad esorcizzare deliri e ossessioni. Secondo uno sviluppo formale tra mutazione e ibridazione, il modus operandi dell’artista insiste nell’alternanza di superfici stratificate a velature e vuoti inattesi determinando un neo espressionismo carnale capace di scavare la natura primigenia dell’umanità, per restituire visioni drammatiche e allucinate dai toni erotici grotteschi.

Definisci la tua ricerca e gli obiettivi che intendi raggiungere.
Sicuramente il rapporto individuo e mondo, i rapporti sociali, la debolezza come forza assoluta, i comportamenti durante i riti. Come obbiettivo mi piacerebbe continuare ad approfondire a livello antropologico il rapporto tra il bene, il male e il libero arbitrio. Mi piace camminare, fotografare e archiviare le immagini che mi suscitano ispirazione e interesse e che saranno utili in un secondo momento; rielaborate mentalmente, sviluppate e adattate ai miei lavori pittorici. In questo momento sto cercando di spostare l’attenzione dalla mia persona perché credo che alla fine ci sentiamo più interessanti di quello che siamo. Ma vivendo tutto si evolve e cambia, dunque chissà…

Qual è stato l’evento determinate del tuo percorso artistico?
Probabilmente il trasferimento a Milano e il conseguente incontro con Ivan Quaroni.

Artisti si nasce o si diventa?
Artisti si nasce, logicamente bisogna lavorarci giorno per giorno, avere curiosità, leggere, viaggiare,  interessarsi anche ad altri campi artistici. E soprattutto avere tanta pazienza.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?
Jhonathan Meese, Dana Schutz, Mike Kelley, Cecily Brown, Santiago Sierra, George Condo, Letizia Battaglia.

E le gallerie?
Tante, dovrei fare una lunga lista. Prevalentemente amo le gallerie che trattano le tematiche sociali.

In quali collezioni possiamo trovare le tue opere?
In molto collezioni private mentre tra le pubbliche quella del Museo MAN e della Banca di Sassari.

Quale progetto ti ha dato maggior appagamento?
Senza ombra di dubbio “Everyting that I have within”, un progetto condiviso con in ragazzi di Villa Ratti (una comunità che ospita giovani ragazzi con problemi definiti borderline). Non è stato semplice ma sicuramente molto appagante. Inoltre i progetti con Italian Newbrow.

L’ultimo film visto e l’ultimo libro letto.
L’ultimo film è Sugar Man (un documentario molto interessante sulla vita del cantante Sixto Rodriguez). In questo momento sto leggendo le poesie di Yehuda Amichai.

Cosa ascolti quando dipingi?
Burzum, GG Allin e tanti altri.

Perchè hai sentito l’esigenza di trasferirti a Milano?
Per non morire.

Mi descrivi i progetti più recenti e quelli futuri?
Il più importante di quest’ultimo periodo è l’esperienza con la galleria di Toronto dove ho avuto la possibilità di fare una personale e una collettiva, oltre la mostra pubblica a Padova. In futuro ho un altro progetto all’estero, ma è ancora in via di definizione, e tante altre mostre in Italia.

Una tua breve opinione sul sistema dell’arte in Italia
Il sistemi stanno cambiando, meglio ancora i poteri cambiano e sono sempre più in mano a collezionisti e a curatori. Con la crisi tutto sta cambiando. 






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