Come le cose si sono disfatte di Alberto Marci


Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. (José Saramago)


Origina dal concetto di viaggio, l’ultimo progetto di Alberto Marci. Nello specifico di un viaggio a bordo di un sottomarino disperso in chissà quali mari che, attraverso il periscopio, cattura immagini dell’ambiente circostante. Ne scaturiscono simboliche monadi che assumono una connotazione ambivalente, a carattere spirituale, di ostie e aureole. La prima come emblema del cibo che, tra sacro e profano, sottende alla purezza, data dal pane azzimo, ma anche al dono in cambio della fedeltà ricevuta. Non a caso le ostie non consacrate venivano distribuite ai pellegrini come sostentamento durante i loro faticosi viaggi. 


La seconda invece, denominata anche nimbo, è simbolo di luce. Luce spirituale, centro di energia sovrannaturale, alone sacro che cinge le teste dei giusti e che permette di distinguere il bene dal male, dal momento che l’aureola nera è indice di presenze demoniache. Tutto ciò confluisce nell’installazione dove l’Ultima cena diventa un tete-a-tete, un agape a due dal carattere esplorativo dal momento che il concetto di viaggio corrisponde a quello di convivialità e che in questo frangente trova la sua massima espressione.


Completa l’esposizione il video che documenta acceleratamente la realizzazione delle monadi, ovvero attraverso la cianotipia - metodo di stampa ereditato dalla prima fotografa della storia: Anna Atkis - con cui immortala piccole piante, resti di cibo e impronte mediante una matrice di ghiaccio, ricavata da una protesi dentaria, dove sono stati precedentemente inglobati i pigmenti. 



Progetto a cura di Anna Oggiano e Roberta Vanali per KuKo
Photo di Jonathan Solla

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