L'ospite (s)gradito. Savinio a Milano


Se l’obiettivo della mostra era quello di colmare la sorprendente assenza dal Museo del Novecento – fra l’altro, a distanza di 35 anni dall’ultima antologica a Milano – e rendere giustizia a un artista finora tutt’altro che celebrato, possiamo tranquillamente affermare che non è stato centrato. Non solo per il numero esiguo delle opere esposte e per la bassa qualità di alcune di esse, ma anche per l’allestimento claustrofobico, nonostante la trovata delle finestrelle irregolari che si aprono tra le pareti senza alcuna funzione se non quella di creare ulteriore confusione.

Più che una celebrazione sembrerebbe, infatti, un contentino di scarso rilievo, quello riservato ad Alberto Savinio (Atene, 1891 – Roma, 1952). Malgrado già dagli anni ‘30 Giuliano Briganti puntasse il dito sulla clandestinità della produzione pittorica e letteraria dell’artista.




Surrealista dall’immaginazione barocca, interprete di distorsioni morfologiche e creature mutanti, regista di scene mitologiche dalle assonanze metafisiche, dove l’architettura diventa teatro dell’inconscio. Alberto Savinio dà vita a scenari imprevisti, visioni oniriche e atmosfere favolistiche, dove animalità e bestialità convivono e la natura è in continuo divenire, tra paradiso perduto e paradiso ritrovato. In linea col clima dissacrante dell’epoca ma senza scindere dalla tradizione mitica, per ovvie ragioni di provenienza.

Fra ironia e tragedia, plasticità e raffinatezza cromatica, si cristallizza la visione grottesca dell’uomo come bestia ammaestrata, lo straniamento di alterazioni manieristiche e di improbabili isole dei giocattoli che nulla hanno di ludico e che incarnano archetipi ed enigmi da codificare. Il tutto con una buona dose di teatralizzazione, costante della sua ricerca.





Non solo perché Savinio di teatro si è sempre occupato, dalle scenografie ai costumi, senza sopratutto trascurare la musica, ma anche perché gli ha consentito di mettere in atto reminiscenze dove confluiscono codici pittorici e meccanismi scenografici.
In mostra, un discreto numero di bozzetti di scene e costumi purtroppo relegati e affastellati nell’ultima sala – che tra le altre cose manca in parte di didascalie – dove compare anche un grande schermo con una rappresentazione teatrale (già, ma quale?) curata dall’artista.


Un pò di delusione: sopratutto dopo questi anni di oblio, ci si aspettava una retrospettiva all’altezza di una personalità geniale e poliedrica come quella di Alberto Savinio. Lui, l’artista trascurato perché considerato troppo di nicchia, il fratello illustre ma evidentemente non abbastanza. Lui che a Milano ha dedicato una vera e propria dichiarazione d’amore con Ascolto il tuo cuore, città (1944). Ma che ostinatamente non ne vuole sapere di ascoltare il suo.




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