Loretta Lux


Perfezione formale, stravolgimento delle proporzioni e un‘attenta analisi della ritrattistica. Il tutto accompagnato da un abbigliamento retrò e dall’artificiosità di pose ed espressioni. Sono i ritratti immaginari di Loretta Lux che evocano un’infanzia inquietante. Tra scenari desolati e spazi ambigui...

Bimbi apparentemente immacolati, dagli sguardi vitrei e inespressivi, s’impongono allo sguardo dello spettatore che disorientato subisce una sorta di fascinazione accattivante e al tempo stesso ambigua. Bambini che sembrano usciti da fiabe dove l’orco cattivo se la dà volentieri a gambe levate. Ai quali probabilmente è consentito vedere le anime dei defunti o che fanno parte essi stessi del regno dei morti. Nonostante pose languide e incarnati eburnei, delicate tinte pastello giocate sui valori tonali, la leggerezza delle vesti e i raffinati dettagli.



Tra fiaba e alienazione Loretta Lux (Dresda, 1969) concepisce un immaginario che celebra l’infanzia in versione noir. Soldatini sull’attenti con gli occhi persi nel vuoto in preda ad uno stato di ipnosi non tradiscono un minimo d’indagine introspettiva. Simulacri di se stessi, tanto belli quanto aridi sono tali e quali ai bambini del Villaggio dei Dannati. Inquietanti e seducenti protagonisti di quel paradiso perduto che è l’infanzia.




Attinge alla tradizione pittorica tedesca - da Holbein a Friedrich - con un’attenta analisi della ritrattistica che muove dal tardo Rinascimento all’epoca vittoriana fino ad arrivare alle illustrazioni pubblicitarie anni ’50, proiettando gli scatti in un‘epoca indefinita. Avulsi dal contesto e scaraventati in un ambiente alieno, i suoi modelli sono generalmente figli di amici immortalati su uno sfondo neutro sostituito successivamente da scorci fissati sulla pellicola durante i suoi viaggi. Perché quest’infanzia artificiosamente serena, in rigoroso abbigliamento vintage, con occhi e arti ipertrofici e oggetti improbabili tra le mani, altro non è che il risultato di un attento quanto lungo processo di manipolazione digitale. Un mondo dell’infanzia immerso in un’atmosfera patinata dove tutto è irreale e inaccessibile e concorre a raggiungere la massima perfezione estetica. Maniacale nella rigorosità geometrica e nella ricerca di scenari desolati, a tratti squallidi. Non importa se sia mare, campagna o metropoli, a stagliarsi alle spalle dei protagonisti, ciò che conta sono i richiami cromatici di questi ingannevoli e affascinanti album di famiglia. Foto elaborate in forma finemente pittorica - non a caso la Lux ha esordito come pittrice - la cui connotazione tenebrosa è da ricercarsi nella tradizione della pittura nord europea. E se per quanto riguarda la fotografia la patinatura perlacea le accosta al dissacrante Olaf gli altri riferimenti sembrano spartirsi tra la Arbus e Jeff Wall.



Una mostra godibile allestita in maniera razionale su pareti asettiche ma che lascia a bocca asciutta se si ha l’aspettativa di trovarsi davanti opere recenti. Infatti, si tratta perlopiù di pezzi tra il 2000 e il 2005 e solo una piccolo nucleo tra il 2006 e il 2007. Una doppia delusione considerando che la galleria Sozzani in quest’occasione celebra i vent’anni di attività.

Commenti

  1. Molto interessante per l'inquietudine che trasmettono i soggetti raffigurati e per la precisione ritrattistica!

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  2. Anonimo10:13 PM

    Il bello di questa mostra è che i protagonisti sono i bambini, che sembrano essere usciti dalle fiabe, da mondi fantastici. Sono bambini contemporanei però, messi in posa dalla fotografa che cerca di mostrare la loro apparente serenità e calma in maniera alientante, lasciando intravedere una leggere inquietudine, dietro quei visi apparentemente innocenti.

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  3. Antonello Sedda4:51 PM

    Gran lavoro... notevole.

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