Mona Hatoum in Sardegna



S’intitola Behind the Seen, la mostra personale di Mona Hatoum al Museo Nivola di Orani, risultato di una residenza artistica che propone una serie di opere storiche affiancate da alcune nuove produzioni realizzate in collaborazione con artigiani locali. Motivo di riflessione sul rapporto tra essere umano e territorio, la mostra suggerisce uno sguardo oltre alle apparenze. Nel tentativo di rendere visibile l’invisibile.


L’esilio e il corpo femminile come territorio d’indagine.

A primo impatto, voglio che il lavoro abbia una forte presenza formale, attivando una reazione psicologica ed emotiva attraverso l’esperienza fisica. Generalmente voglio creare una situazione dove la realtà diventa punto di discussione. Profondamente segnata dall’esperienza personale, l’indagine artistica di Mona Hatoum (Beirut 1952) origina dall’improvviso esilio forzato a Londra scaturito dallo scoppio della guerra civile in Libano nel 1975. La perdita delle radici d’appartenenza, l’orrore dei conflitti armati, la coercizione e la reclusione sono al centro della sua ricerca iniziata negli anni Ottanta attraverso atti performativi e video, dove il corpo femminile diventa territorio politico controllato e minacciato, per approdare negli anni Novanta all’installazione e alla scultura con l’ausilio di materiali, spesso di riutilizzo, come acciaio, vetro, fili elettrici, sapone e capelli. Materiali comuni che l’artista tramuta in metafore del nostro tempo.


Violenza e controllo.

Il corpo lascia il posto a oggetti domestici decontestualizzati, stavolta ipertrofici,  apparentemente sicuri ma che ad un secondo sguardo si rivelano ostili e minacciosi. Trappole insidiose, affilate come lame taglienti s’impongono allo sguardo dello spettatore costringendolo a confrontarsi con la precarietà della condizione umana, poiché violenza e controllo di manifestano anche negli spazi più intimi. La questione della sorveglianza è un tema ricorrente nei miei primi lavori perforativi e video. Implicano che la sorveglianza può penetrare persino dentro di te, non c’è luogo che resti intatto e non osservato.


Ambiguità percettiva.

Perturbanti e altamente disturbanti le opere di Mona Hatoum incarnano la traduzione di un mondo guidato da tensioni e contraddizioni, tra attrazione e inquietudine, seduzione e pericolo. E dove il significato non è univoco ma interpretabile in base alla propria esperienza. Mi piace mantenere il mio lavoro aperto così che possa essere interpretato su diversi livelli. L’arte non può essere paragonata al giornalismo; non può discutere questioni concrete. 


La residenza in Sardegna.

Nel mese di luglio si è conclusa la residenza dell’artista ad Orani che ha dato luogo ad una serie di opere realizzate in collaborazione con artigiani locali e che riassumono concetti e tematiche sviluppate nel corso degli anni. Tra queste una serie di piccole gabbie per uccelli prodotte dal laboratorio ceramico Terrapintada; Eye Spy, tappeto in lana tessuto con la tecnica a pibiones (chicchi d’uva) da Maria Antonia Urru, riproduzione di un’immagine pixelata di una veduta aerea su una folla registrata da un drone e l’installazione Behind the Seen che fornisce il titolo alla mostra: un assemblaggio di oggetti come la rete di un letto ospedaliero, un groviglio di fili metallici, un peluche appeso per una zampa e uno scolapasta trasformato in una bomba munita di aculei che ben si accosta alle Shooting Star I e II, stelle acuminate realizzate dal fabbro Emmanuele Ziranu. Oggetti quotidiani apparentemente casuali diventano inquietanti allegorie contemporanee.


La mostra al Museo Nivola.

A questo nucleo di opere, risultato della residenza artistica, si affiancano Twelve Windows (2012-2013), dodici tessuti sospesi su corde creati in collaborazione con l’associazione Inaash - nata nel 1969 per creare occupazione per le donne palestinesi nei campi profughi libanesi -, che vuole essere una sorta di mappa di un territorio frammentato. E ancora Divide (2025) paravento in acciaio e filo spinato; Round and round, soldatini giocattolo in bronzo fusi tra loro in un circolo chiuso, opera realizzata in risposta alla Guerra del Golfo nel 1991. Ispirata dalla visita al Museo Etnografico di Nuoro nasce Untitled (Red Velvet) (1996) strutture anatomiche appese come ex voto che, tra attrazione e repulsione, suggeriscono la fragilità dell’essere umano.

Una mostra che seduce e atterrisce, che scava nella memoria e invita ad indagare oltre le apparenze. A scovare le verità più radicate e taciute. Quelle relegate nel lato oscuro della natura umana. Per un confronto con tutto ciò che è ignoto all’esperienza esistenziale.


Roberta Vanali

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