Divenire Pietra. Maria Lai a Jerzu


Una serie di opere di Maria Lai, tra disegni, sculture e stoffe cucite, dedicate a Maria Pietra, sono l’omaggio all’artista, voluto dall’Archivio e dalla Fondazione Maria Lai, a dieci anni dalla sua comparsa. 

Ha lasciato un’eredità immensa. Uomini come lui sulla terra non ce ne sono altri: era speciale. Risale al 1931 il primo incontro tra Maria Lai e lo scrittore Salvatore Cambosu, mentore e maestro, figura fondamentale per il percorso dell’artista. Colui che ha influenzato gran parte della sua ricerca ad iniziare dalla pubblicazione di “Miele Amaro”, serbatoio infinito al quale l’artista attingerà nel corso del suo lungo percorso e dove alcuni dei racconti, tra cui “Cuore mio”, le sono stati dettati dallo scrittore stesso. Metafora della cultura millenaria sarda, emblema dell’arte ma anche dell’artista stessa, Maria Pietra ne è la protagonista nonché perno di questa mostra, omaggio a Maria Lai a dieci anni della sua scomparsa.

È un’artigiana del pane che scopre di essere dotata di poteri magici, Maria Pietra. Poteri che non ha chiesto e di cui ha paura. Ha un bambino e a lui si dedica cercando di non pensare a quegli strumenti diabolici. Ma un giorno la sua creatura si ammala gravemente e nel delirio chiede alla madre di poter giocare con gli animali del bosco. Maria Pietra, sfruttando i suoi poteri, strappa al bosco i suoi animali che per un po’ di tempo giocano col bambino ma non essendo più nel loro regno muoiono e anche il bambino segue il loro destino. Maria Pietra impazzisce e riprende a impastare ma stavolta con le proprie lacrime fino a quando un angelo toccandole la spalla la renderà di pietra per espiare la colpa e resuscitare i suo bambino e gli animali del bosco. L’arte fa paura, ha poteri terribili, può diventare magia nera, secondo Maria Lai.       

Dagli anni Settanta ai primi anni del Duemila Maria Lai dedica molte opere a questo controverso personaggio che affonda le radici della cultura arcaica sarda ma anche nelle suggestioni della mitologia greca di Gorgoni e basilischi. Nel 1974 crea le Magie di Maria Pietra, 14 sculture zoomorfe che completa nel 1995 con collage di carta strappata e riassemblata attraverso il cucito. Ci ritorna nel 1985 dedicando a Maria Pietra un’altra serie di collage con interventi a matita: lunghe linee che suggeriscono la potenza della magia. L’anno successivo da vita a una serie di disegni dal tratto veloce e sintetico raffigurante i tanti animali appartenenti alla fauna sarda come colombe, lepri, tortore, volpi, ricci, cerbiatti, cinghiali e tartarughe per realizzare nel corso degli anni Novanta la serie Una fiaba infinita, strisce di stoffa sospese, cartigli calati dall’alto, cuciti senza soluzione di continuità a rappresentare gli animali del bosco tornati in vita che si alternano ad altrettante pietre. 

Resoconto delle lezioni Arturo Martini, suo docente all’Accademia di Bene Arti a Venezia, sono le terrecotte refrattarie realizzate tra il 1994 e il 1996 dal titolo I telai di Maria Pietra. Sculture di piccole dimensioni, blocchi monolitici incisi che rimandano ai fili dei telai mentre la grana e i colori suggeriscono le rocce dei Tacchi di Ulassai. Chiude l‘esposizione l’arazzo-libro sotto teca del 1991 La fiaba cucita Maria Pietra, scampoli di stoffa colorati e assemblati su tessuto bianco, come un libro costituito da sole immagini. L’esposizione rappresenta il secondo omaggio al personaggio, è infatti nel 1991 l’allestimento della leggenda sotto forma di performance nello studio Stefania Miscetti a Roma. Emblema dell’amore materno che si concretizza attraverso la pietra, Maria Pietra è il pretesto per raccontare l’universo fiabesco dell’artista e riflettere sui misteri della natura e del creato ma è soprattutto una profonda analisi sul problema della funzione sociale dell’arte all’interno della comunità. “Questa è la storia di Maria Pietra. Non so se è convincente. É terribile, come è terribile l’arte.”

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