Tutti a scuola d'arte contemporanea, nel Sulcis!




E’ dalla privazione che nasce l’esigenza di riappropriazione sociale e identitaria come aspetto trasversale e unificante, per ipotizzare prospettive di sviluppo e progettare un futuro possibile. Attuando una strategia di valorizzazione del territorio per il rilancio economico partendo da risorse preesistenti. Ed è proprio ciò che succede nel Sulcis-Iglesiente, la provincia più disagiata d’Italia, dove disoccupazione e inquinamento la fanno da padrone a causa del superamento del metodo di sviluppo industriale. E dove un esempio importante per la rinascita culturale del territorio è da ricercarsi nella Scuola Civica d’Arte Contemporanea di Iglesias, ad opera del collettivo Giuseppefrau Gallery, al secolo Pino Giampà ed Eleonora Di Marino, artisti attivisti dal 2009 il cui obiettivo primario è la promozione e la divulgazione dell’arte contemporanea che apra nuove prospettive di sviluppo coinvolgendo la comunità. Avviando un percorso di ricerca, sperimentazione e formazione che fornisca gli strumenti necessari alla comprensione di linguaggi e codici espressivi, che si concretizza tramite progetti d’arte pubblica e sociale con workshop, residenze, laboratori e incontri pubblici e conviviali.  

La scuola, gratuita e no profit, ha visto la partecipazione di artisti, critici, curatori e galleristi provenienti dalla penisola e dall’estero che hanno dato luogo ad un percorso didattico che dalla storia dell’arte arriva all’antropologia del gusto per uno scambio di saperi utili alla ricerca di forme di sviluppo culturale innovativo. Tra i programmi futuri sono previsti un master, corsi estivi, la pulitura di un pozzo nuragico e la riapertura della casa di Modigliani. Per approfondire il tema abbiamo intervistato Giuseppefrau Gallery:

Com’è nata l’idea di una scuola civica d’arte contemporanea ad Iglesias?

Crediamo che l’arte possa intervenire in maniera determinante nell’immaginare e costruire un futuro differente per il territorio in cui operiamo, che si ponga come superamento di secoli di sfruttamento. Creiamo azioni e strutture, concepite come opere, che sappiano relazionarsi con le istanze del territorio ed essere attive nella promozione e nella divulgazione dell’arte stessa. Nel tempo hanno preso diversi nomi (Territorium, Rockbus Museum, Agri-gallery) ma la Scuola Civica d’Arte Contemporanea è probabilmente il più riuscito proprio perché non legato a un luogo ma alla nostra identità e a un’azione prima di tutto educativa.
Abbiamo capito quanto sia fondamentale un’educazione preparatoria a questo incontro, ed è cosi che è nata l’idea della scuola. L’arte contemporanea è uno dei territori considerati più ostici ed ermetici, e il pericolo a cui vanno incontro le realtà periferiche è che venga relegata a mero intrattenimento, e che la pratica amatoriale, seppur sacrosanta, prenda il posto della ricerca e della sperimentazione: una condizione non ideale se pensiamo a quanto sia protagonista nell’attivazione di processi creativi e modelli di sviluppo innovativi, oltre che nell’acquisizione della coscienza e della consapevolezza sociale.



Quali sono gli obiettivi?
Per uscire dalla crisi il nostro territorio ha bisogno di nuove energie e di competenze adeguate, capaci di intercettare le nuove prospettive e le contraddizioni del prossimo futuro: abbiamo bisogno di attivare dei processi ad alta energia creativa e culturale in grado di essere di supporto nel pensare nuove ed inedite soluzioni, acquisire cioè il livello culturale necessario per essere protagonisti della propria rinascita culturale ed economica.
La Scuola Civica va a colmare quel vuoto che non permette all’arte contemporanea di sradicare cliché e stereotipi e che spesso la rende una presenza distante e aliena; allo stesso tempo, dà alla popolazione uno strumento potente, che non riguarda solo la lettura dell’opera, ma della realtà tutta, incidendo, attraverso la dimensione individuale, in quella collettiva, dell’intera comunità.

La scuola è gratuita e non riceve alcun finanziamento pubblico. In che modo riuscite a sopravvivere?
Amiamo affrontare sfide (quasi) impossibili. Oltre a sacrifici e miracoli quotidiani, possiamo contare sul sostegno dell’amministrazione comunale, che ci ha messo a disposizione ben due spazi, e del collezionista Giorgio Viganò. Abbiamo inoltre attivato una rete di azionariato diffuso e partecipato, rispondendo, nelle nostre iniziative, direttamente ai nostri liberi sostenitori, i quali possono partecipare attraverso una sottoscrizione anche di soli 10 euro.

Come avete strutturato la scuola?
La scuola ha tre percorsi formativi paralleli: i corsi, gli incontri pubblici e i laboratori di ricerca e sperimentazione. Le residenze sono la chiave di volta di questo arco formativo: almeno una volta al mese (in questo periodo di bella stagione ne abbiamo attivato una a settimana) artisti, curatori e altre figure professionali vengono per formare e per formarsi sul territorio, sono ospitati nella sede del collettivo, nella tenuta di Giorgio Viganò e nelle abitazioni degli studenti. Agli ospiti della residenza riusciamo a garantire non solo le spese di viaggio, ma la “pensione completa” e anche eventuali costi di produzione.
Ad oggi abbiamo attivato ben tre corsi (1.0 Demo, 1.1 Base e 2.0 Advanced). Le iscrizioni, dieci per volta, sono aperte a tutti e sono completamente gratuite. Negli incontri pubblici, almeno uno al mese, ci dedichiamo al confronto tra addetti ai lavori e la comunità locale e, piano piano, stiamo sfondando quel muro di diffidenza verso i codici e i linguaggi specifici dell’arte contemporanea. Parallelamente, l’attività di ricerca e i laboratori ci permettono di interagire più strettamente con gli iscritti nella realizzazione dei progetti da loro elaborati.

Di quali docenti vi avvalete? 
Il collettivo, con l’aiuto di alcuni esterni, cura la parte che introduce ai linguaggi e ai codici specifici dell’arte contemporanea, mentre i visiting professor entrano nello specifico attraverso la loro esperienza del mondo dell’arte vissuta da protagonisti. Agli ospiti in residenza alterniamo figure del panorama isolano: Micaela Deiana, Alessandro Biggio, Efisio Carbone, Davide Mariani, Giangavino Pazzola, Silvia Argiolas, Tullio Tidu, per fare qualche esempio.

In cosa consistono i programmi dei corsi?
Abbiamo attivato un vero e proprio percorso didattico: oltre a Storia dell’Arte Contemporanea, Linguaggi e codici specifici dell’Arte Contemporanea, abbiamo anche inserito una disciplina inedita, che abbiamo chiamato “Teoria della percezione e Antropologia del gusto”.
Le lezioni si svolgono una volta a settimana sempre di domenica, mentre negli altri giorni sono attivi i laboratori opzionali (Arte Pubblica e Sociale, Risorse didattiche 2.0 per l’Arte Contemporanea, Pittura Contemporanea, Pratiche performative per l’Arteterapia, Fotografia). Una settimana al mese è dedicata a un workshop con un artista o un curatore in residenza e una volta al mese lavoriamo tutti per gli incontri pubblici con il resto della comunità.



Quali artisti hanno aderito a workshop e residenze? E quali tematiche sono state sviluppate?
Non solo artisti, ma anche curatori, storici dell’arte e presto anche galleristi. Ad oggi sono intervenuti, oltre ai già citati, Simone Berti, Andrea Bruciati, Roberto Cascone, Ettore Favini, Luca Francesconi, Silvia Hell, Renato Leotta, Domenico Antonio Mancini, Namsal Siedlecki, Simeone Crispino (vedovamazzei), Stefano Boccalini.
Le tematiche portate avanti dal lavoro presentato vengono sviluppate e affrontate anche dagli studenti, provvedendo a realizzare una dettagliata documentazione a disposizione di tutti. I curatori hanno affrontato in generale e nel dettaglio gli aspetti legati al sistema dell’arte e a alle sue figure chiave, al mercato e alle istituzioni.

Quanto è importante per voi il legame col territorio e perché?
Senza stringere un legame così forte con esso, non saremmo in grado di incidere sulle sue molteplici realtà. Il legame con il territorio è la condizione indispensabile affinché l’azione della Scuola abbia un senso civico e non unico, come fanno (o dovrebbero fare) i musei e le gallerie civiche: rispondere al mondo artistico e scientifico e formare gli amministratori e il territorio, coinvolgendo attivamente la popolazione nel progetto culturale in atto.

I risultati hanno soddisfatto le vostre aspettative?
All’interno del corso si è instaurato un sentimento di condivisione e sinergia veramente forte, e la generosità con cui i nostri ospiti partecipano al confronto è emozionante. A ormai quasi un anno dall’apertura, il bilancio è sicuramente positivo.

Qual è la vostra opinione sullo stato dell’arte in Sardegna? In cosa si differenzia rispetto al resto della penisola?
Sicuramente l’isola sta attraversando un periodo particolarmente felice, almeno per quanto riguarda l’arte contemporanea: non sono pochi gli artisti sardi che hanno raggiunto un certo grado di visibilità (e qualità) a livello nazionale, così come lo sono anche le iniziative prodotte da alcune istituzioni e altre realtà indipendenti. Fare arte in Sardegna ed essere artisti sardi oggi è una fortuna: avere un’identità così forte può aiutare ad affrontare con originalità percorsi globali.



Cos’avete in programma?
Dopo l’incontro con Andrea Bruciati che ha visto coinvolta la comunità di Barega, con tanto di trekking, visite e degustazioni nelle aziende e pranzo dai pastori, proseguiremo con questo tipo di esperienza e di collaborazione con le piccole realtà agro-pastorali, organizzando una festa della tosatura.

Altri progetti?
Abbiamo deciso di rimandare al prossimo anno l’attivazione del Corso 3.0, un vero e proprio master post universitario: pensiamo di creare un bando rivolto a non più di cinque-dieci studenti selezionati da tutti i visiting professor e i relatori che hanno partecipato alla nostra scuola. Stiamo lavorando invece per realizzare un’edizione estiva del corso, una sorta di “summer program” che si svilupperà intorno alle prossime residenze.

Roberta Vanali
Per sostenere la Scuola Civica:


Le risorse didattiche:

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