11 gennaio, 2012

La Sardegna piange Roberto Coroneo



A soli 53 anni ci ha lasciati Roberto Coroneo, una delle menti più brillanti della Sardegna. Luminare di storia dell'arte medievale sarda, stimato preside della Facoltà di Lettere nonchè uomo di grande sensibilità e umanità. Un'immensa perdita per la cultura sarda e non solo. Addio Roberto, ci mancherai.

28 dicembre, 2011

Icon (on) Graphy - IL BACIO

Icon (on) Graphy alla seconda puntata. E dopo la Pietà, un altro rapporto umano. Certo meno drammatico. Si parla di baci, ovviamente. Dalla castità raffigurata da Giotto allo scambio di effusioni durante gli scontri di Vancouver





Dammi mille baci, poi cento poi altri mille, poi ancora cento. Se riusciamo a collocare il primo componimento sul bacio al I secolo a. C. - grazie al carme di Catullo - non è invece data a sapere la sua più antica trasposizione iconografica. Deriva dalla trasformazione dell’atto materno di nutrire la prole dopo aver masticato il cibo, a detta degli antropologi, viene quindi fatto risalire alla preistoria. 


Nonostante ciò gli esempi più arcaici del bacio sono da ricercarsi in ambito attico tra la ceramica greca a figure rosse - dove scene d’amore platonico, saffico ed efebico sono assai diffuse - e successivamente in alcuni degli affreschi pompeiani, come quello dedicato a Polifemo e Galatea. Seguito tre secoli dopo dal gruppo scultoreo di Amore e Psiche, rinvenuto a Ostia antica nell’omonima domus


Come testimoniano i codici miniati, il bacio assume nel Medioevo una connotazione sociopolitica poiché diventa forma di contratto oltre che simbolo dell’amor cortese, ma le trasposizioni sono da ricondurre esclusivamente ad episodi evangelici, in particolare al bacio di Giuda


Da quello del mosaico di Sant’Apollinare Nuovo agli affreschi dell’Abbazia di Sant’angelo in Formis per arrivare a Giotto che, nella Cappella degli Scrovegni, raffigura anche il casto bacio tra Anna e Gioacchino, non dissimile da quello della Visitazione di Vittore Carpaccio in quanto liturgico. 



Unica tipologia di bacio concessa fino al XIII secolo quando inizia a liberarsi da quell’aura di peccato per assurgere ad espressione d’amore col Bronzino, artefice del primo bacio alla francese tra Eros e Afrodite. Fino a farsi sempre più audace e sensuale con Rubens e giungere al suo trionfo con le vedute voyeuristiche di Boucher e Fragonard


Nel XIX secolo, quando è la letteratura a farla da protagonista, il bacio è al culmine della sua rappresentazione. Giulietta e Romeo, Paolo e Francesca, Ginevra e Lancillotto forniscono abbondante materiale a Romantici, Preraffaelliti e Simbolisti consacrandolo a simbolo di tragedia e passione. 


E se Canova recupera il modello di Amore e Psiche, Francesco Hayez affida il più celebre bacio a una coppia sconosciuta di amanti, mentre Franz Von Stuck s’ispira all’enigma della Sfinge, motivo millenario ritornato in auge da fine ‘700. 


Ampiamente sfruttato dagli esponenti delle avanguardie, da Munch a Klimt, da Chagall a De Chirico fino a Magritte con gli inquietanti amanti incappucciati, farà la fortuna di fotografi come Alfred Eisenstaedt e Robert Doisneau che catturano baci appassionati tra la folla, per diventare sempre più trasgressivo. 


Dal bacio erotico e carnale di John Currin a quello grottesco di Joel Peter Witkin, passando per i dissacranti Robert Gligorov e Kulik in posa con cani e maiali. Non è motivo nuovo per Benedetton che, dopo trent’anni dal prete e la suora, estorce vigorosi baci ai leader mondiali tra i quali Benedetto XVI alle prese con l’Imam de Il Cairo, ovviamente censurato. 


Ebbene sì, malgrado il romantico quanto discusso bacio di Vancouver durante la guerriglia urbana ad opera di Richard Lam, siamo lontani anni luce dai tempi de la bocca mi baciò tutta tremante.


15 dicembre, 2011

Venezia è sempre Venezia



Crea i rendering degli edifici progettati nel corso del ‘900 e mai realizzati per sovrapporli allo scatto originario. Stiamo parlando del fotografo spagnolo Dionisio Gonzalez, che rende un omaggio postumo e in parte provocatorio alla Serenissima con la serie Las Horas Claras. Alla Project B fino al 13 gennaio...



Rendere visibile l’invisibile mettendo in discussione la percezione della realtà. Sbalordire e disorientare, trasfigurando l’identità di un luogo, per suggerire un immaginario alternativo, talvolta estremo. Queste le peculiarità del codice espressivo di Dionisio Gonzalez, il cui punto di forza è il connubio tra rigore fotografico e fantasia architettonica. Per una sorta di rielaborazione dei capricci barocchi in chiave contemporanea. 




Direttamente dall’appena conclusa Biennale, una serie di 6 lightbox dedicata alla città senza tempo per eccellenza, ricrea virtualmente gli edifici progettati nel corso del ‘900 e mai realizzati per introdurli, a sorpresa, laddove avrebbero dovuto sorgere e infrangere il sacrale aspetto di Venezia. Le Corbusier, Wright, Louis Khan, Aldo Rossi e perfino Palladio, sono le archistar che hanno tentato di cambiare volto alla Serenissima, immutato e sospeso nel tempo e perciò unico al mondo. Quella di Gonzalez è una Venezia come non l’avete mai vista e come (quasi certamente) non la vedrete mai.

21 novembre, 2011

Between Earth and Sky. Cronaca postuma di un happening d'arti visive




Ma come possono gli uomini far fronte alle tensioni terrene, se non sanno nulla della tensione tra cielo e terra. (Dietrich Bonhoffer)
Archè di tutte le cose per gli antichi filosofi greci nonché flusso primordiale che origina la vita,  l’Acqua è uno dei quattro elementi naturali della cosmologia aristotelica. Padrona indiscussa della natura ma anche potente metafora dell’inconscio collettivo, non a caso è il più carico di significati simbolici e come tale ambivalente a tutti livelli. Infatti può connotarsi fonte di vita ma anche fonte di morte, forza creatrice quanto distruttrice se è vero che, parafrasando Ovidio, nulla è più duro d’una pietra e nulla è più molle dell’acqua. Eppure la molle acqua scava la dura pietra. 
In continuità tra cielo, terra e mondo sotterraneo, l’acqua rappresenta il legame tra maternità e spiritualità, ma è per antonomasia simbolo di purificazione e rigenerazione. Attraverso il Battesimo libera dal peccato originale, e tramite il Gange - madre di tutte le acque - è capace di cancellare le colpe più terribili, dal momento che l’acqua è il simbolo del principio, una sorta di specchio celeste, di elemento primevo dotato di straordinarie qualità, prima fra tutte, la capacità di purificare.
Acqua come origine di ogni forma di vita, acqua come sostentamento indispensabile in quanto feconda la terra, acqua come bene comune dell’umanità, acqua come elemento plasmante dell’universo poiché tutto circonda. Quello tra uomo e acqua è un legame indissolubile le cui origini risalgono all’alba dei tempi e che ha dato luogo a un universo popolato di miti e leggende poiché, come scrive Bachelard, è vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna.
Between Earth and Sky - Tra Cielo e Terra è una rassegna d’arti visive che, sulla base di un dialogo immediato d’interazione e scambio, intende accorciare le distanze tra pubblico e artista e approfondire il rapporto tra uomo e natura attraverso i quattro elementi - nello specifico l’acqua - dal momento che il centro barbaricino di Sadali, immerso nella vegetazione più rigogliosa, annovera quaranta grotte e due cascate naturali. Gli interventi, che prevedono pittura, scultura, installazione, grafica, fotografia e video, hanno l’obiettivo di interagire con l’ambiente, la cultura e la popolazione in una rete di collaborazione e confronto per contribuire alla diffusione dell’arte contemporanea anche nei piccoli centri. Aprendo nuovi scenari e spazi di riflessione che scandiscano la pluralità dei linguaggi estetici in quanto, a detta di Duccoli, una goccia d’acqua è abbastanza potente da creare un mondo e dissolvere la notte
Cronaca postuma di un happening d’arti visive
Laboratorio collettivo d’indagine creativa di arti visive e performative, Between Earth and Sky si è svolto nell’arco di tre giorni articolato in tre principali interventi che hanno visto un gruppo di 19 artisti - Silvia Argiolas, Giusy Calia, Alessio Onnis, Francesco Podda, Elisabetta Falqui, Veronica Gambula, Marta Fontana, Gavino Ganau, Pastorello, Stefano Cozzolino, Valentina M, Gianni Nieddu, Gabriele Pais, Antonio Bardino, Bruno Petretto, Luigi Bove, Lorenzo Oggiano, Gruppo Sinestetico, Andrea Portas - esporre opere pittoriche, fotografiche e video all’interno di alcune abitazioni non più utilizzate, disseminate nel centro del paese, che conservano in parte antiche mobilie e attrezzi da lavoro, e nella piccola chiesa di San Valentino, che ha ospitato alcune sculture; altri 8 artisti - Paola Porcedda, Raimondo Gaviano, Maria Grazia Oppo, Raffaello Ugo, Enrico Piras, Gianfranco Setzu, Giulia Casula, Elisa Desortes - nel corso delle tre giornate hanno realizzato un’opera site specific tra le vie del paese e in alcuni spazi del centro storico per un happening che ha consentito di analizzare differenze e pluralità di linguaggi e confrontare i diversi punti vista che hanno visto l’acqua protagonista incontrastata.
Quello di Enrico Piras è uno sguardo che nasce dall’idea dell’acqua come metafora del viaggio demandata a un vecchio baule - proveniente dall’ex ospedale psichiatrico di Sassari - colmo di piume dei cuscini usati dai pazienti, che diffonde la registrazione del passaggio di un trenino elettrico. Fil rouge tra l’esperienza psichiatrica e la dimensione del viaggio mentale. E’ ancora il viaggio, ma in questo caso onirico, a farla da protagonista nella video-installazione a due canali di Paola Porcedda e Svart1, che prende spunto dai boschi lussureggianti di Sadali e dalle sensazioni ipertrofiche di un visitatore che si addentra nella boscaglia. Dai contrasti di luci e ombre che s’insinuano tra le rocce e al loro riverbero, ai movimenti quasi impercettibili di piante e insetti, tutto è congeniale a profilare un’esplorazione intima della natura che diviene oggetto dell’immaginario collettivo.
Una riflessione sulla frontiera tra il sé e l’altro, sui confini e sul loro attraversamento mediante la ripresa fissa della poppa di una nave e della sua scia, è Land! l’installazione video di Giulia Casula che, dal tramonto all’alba, scandisce il solcare delle acque proiettato sul lenzuolo che riveste un letto, ad evocare una dimensione domestica, elemento costante nella ricerca dell’artista. In antitesi al decreto legge sulla privatizzazione dell’acqua, Requiem di Raffaello Ugo si configura come un meccanismo di elementi di riciclo che funziona come un mulino ad acqua facendo risuonare un batacchio ad emulare il suono di una campana a raccolta. Campanello d’allarme che invita a prendere atto che l’acqua, privata da quella sacralità che la contraddistingue, è oramai bene commercializzabile. Stesso concetto per installazione di Maria Grazia Oppo - costituita da elementi plastici dalla connotazione fallica -, incastonata tra le rocce della cascata che, tra artificialità, simulazione e fertilità, vede l’acqua come risorsa primaria dell’ecosistema sottoposta a leggi di mercato che rischia di compromettere quel labile equilibrio tra uomo e natura.
E se Elisa Desortes interpreta tutti e quattro gli elementi e li racchiude in piccole gabbie per uccelli che dissemina nell’atrio di casa Podda, Gianfranco Setzu tappezza il centro storico con i poster HolyWater, fittizia campagna pubblicitaria in versione pop per una visione irriverente e straniante dell’elemento vitale per antonomasia che si trasfigura in acqua santa. La rassegna si è conclusa con la performance di un gruppo di writer, armato di mascherine e bombolette spray - Alberto Marci, Michael Chavalier, Jonathan Solla, Alessio Angioni - al quale è stata messa a disposizione la piazza adiacente alla cascata centrale per dare sfogo ad un immaginario fantastico fatto di pesci e uccelli dai cromatismi sgargianti. 

14 novembre, 2011

Icon (on) Graphy - LA PIETA'




I soggetti iconografici e la loro evoluzione nel corso dei secoli. Ovvero come ti traduco le immagini in un viaggio attraverso le epoche. Analizzando temi religiosi, biblici ed evangelici, figure allegoriche e fantastiche, personaggi mitologici e santi, avvenimenti storici, elementi della natura e oggetti. Icon (on) Graphy prende avvio con l’analisi iconografica della Pietà.



Nel penultimo atto della Passione, tra la Deposizione e il Compianto, s’inserisce uno dei motivi più drammatici: il momento in cui Maria prende consapevolezza della morte di Cristo. Parliamo della trasposizione iconografica della Pietà la cui origine è da ricondursi a Simeone Metafraste, agiografo del X secolo, che per la prima volta descrisse l’episodio fino ad allora ignorato dai Vangeli e dall’arte paleocristiana. Un’interpretazione prettamente umana del dolore materno di fronte alla morte del figlio si  traduce con la Vergine che sorregge il corpo esanime di Cristo sulle ginocchia prima di affidarlo a Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea per la sepoltura. 




Di origine germanica, l’iconografia prende spunto dal gruppo scultoreo denominato Vesperbild e si diffonde tra Francia e Italia dalla seconda metà del XIV secolo. Uno dei più antichi esempi è la Pietà Roettgen, scultura lignea che, per il forte impatto emotivo, appare connessa al Crocifisso di tipo renano, cruento per la minuta descrizione di piaghe e ferite e per il dolore che traspare dalla muscolatura contratta. 




Ma la diffusione capillare è da collocarsi in epoca rinascimentale dove artisti come Cosme Tura, Ercole de Roberti, Giovanni Bellini, Sebastiano del Piombo si misurano con l’episodio senza sostanziali variazioni se non per alcuni tra i quali Botticelli, Raffaello e Tiziano che introducono altri personaggi come la Maddalena, San Giovanni e Nicodemo. Sino ad arrivare alla Pietà per antonomasia. E’ con Annibale Carracci che l’iconografia si modifica sostanzialmente con Maria che, lacerata dal dolore, si adagia mollemente sul bordo del sarcofago chiudendo gli occhi. 




Tra Seicento e Settecento le raffigurazioni diventano meno frequenti sino alla seconda metà del XIX quando Gustave Moreau realizza una Pietà come opera prima, seguita da quella con angeli di William Adolphe Bourguereau e dall’interpretazione che ne dà Van Gogh ispirandosi a Delacroix. Assume valenza di provocazione e dissacrazione con Marina Abramovich, - e la performance Anima Mundi in duetto col compagno dell’epoca - e Sam Taylor Wood, che si autoritrae sulle scale con l’attore Robert Downey. 




E se per Sukran Moral la Pietà è al femminile, per Renè Cox è rigorosamente afro-americana. David LaChapelle mostra il corpo devastato di una vittima per droga sorretto da Courtney Love, mentre femmina e piccolo di scimmia impersonano una pietà in versione animale nel manifesto pubblicitario per la Lega Antivivisezione. 




Le versioni più recenti risalgono alla 54. Biennale, ad opera di Lee Yongbaek, per il padiglione Coreano, e di Jan Fabre, nella michelangiolesca trasposizione dove lo stesso artista, in abito da sera, viene sorretto da una Vergine il cui volto è divenuto teschio. Una Pietà-vanitas, monito dell’impietoso scorrere del tempo. 


Into the wild - La mostra



Into the wild è una riflessione sul rapporto uomo/natura in epoca contemporanea e sulle condizioni tutt’altro che ideali in cui quest’ultima versa a causa dell'agire superficiale dell'uomo, nel tentativo di bloccarne il suo slancio vitale che la dirige verso un’evoluzione creatrice, per parafrasare Bergson. Riflessione obbligata per la precarietà di un pianeta sull’orlo del collasso, dato che il sogno alchemico, la ricerca della chiave che apre i segreti dell’uomo e della natura, non verrà mai abbandonato. Ma vuole essere anche motivo di confronto fra artisti con differenti background che attraverso il medium pittorico riflettono sul rapporto tra l’uomo e la natura in epoca contemporanea. 




Ambito, quello della pittura, che nell’ultimo decennio ha subito un profondo mutamento rispetto alla Nuova Figurazione degli anni ‘90 per la capacità di guardare contesti come pubblicità, fumetto, illustrazione, cinema, web, musica e graffiti, senza trascurare la tradizione pittorica dei maestri, dal Rinascimento alle Avanguardie. In una contaminazione tra cultura alta e cultura bassa, sono emersi linguaggi definiti Neo Pop - solo in parte ispirati alla Pop Art storica - tendenzialmente caratterizzati da un insieme di fonti iconografiche e da diverse declinazioni stilistiche e tematiche. Quella delle ultime generazioni è quindi una pittura ibrida proveniente dalla cultura di massa che rispecchia l’epoca contemporanea nelle sue contraddizioni e conflitti attraverso il filtro del gusto grottesco ma anche fantastico, quando non è ironico o irriverente. 




Un immaginario multiforme che spesso si tinge di nero per evidenziare aspetti irrazionali di un’umanità alienata in balìa di ansie e ossessioni. Così come avviene all’interno della tendenza estetica Neo Gotica che indaga il lato oscuro dell’esistenza e alla quale appartiene l’opera di Giuliano Sale che traccia lo spettro di una natura inquietante, matrigna e terrifica che lava il sangue delle sue vittime nelle acque dell’oblio. In uno scenario cupo e desolato, sospeso tra sogno e incubo, preso in prestito da visionari come Böcklin e Friedrich, per riallacciarsi grottescamente all’aforisma di Byron: c’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è una vita dove nessuno arriva al mare profondo




Stesso ambito anche per Daniele Serra, la cui opera origina da una visione dell’uomo come parte integrante della natura, ma incapace - nella sua individualità - di comunicare con essa. Con conseguenze che sfociano in calamità naturali, dall’impetuosità devastante, che non possono non ricollegarsi a Turner e alla sensazione panica che le sue opere trasmettono. Atmosfere sinistre e solo apparentemente silenziose identificano la natura matrigna e ostile di Alessio Onnis, dove una casa desolata, inserita in un ambiente aspro e selvaggio, altro non è che l’illusione di un rifugio dove l’uomo si scopre improvvisamente recluso. La sensazione di pericolo imminente e la presa di coscienza di ciò ben si coniugano allo stato plumbeo di quell’espressionismo che rientra nell’area nord europea. 




Lo stesso che riguarda la pittura introspettiva di Silvia Argiolas che, tra ibridazione e mutazione, asseconda un’umanità che non può prescindere dal paesaggio, in una perfetta armonia che unisce uomo e natura e al tempo stesso li respinge. Il suo è uno sguardo autobiografico sulla solitudine interiore che diventa isolamento e alienazione. In un contesto dove personaggi antropomorfi seguono il ciclo morte-rigenerazione finalizzato all’unione viscerale tra natura e umanità in cui l’uomo sembra recitare: io sono la natura massima entità e i nostri occhi sono uguali al cielo.




Attinge alla poetica Simbolista e in parte a quella Preraffaellita, la visione surreale di Nicola Caredda dove una natura incontaminata e lussureggiante si apre davanti allo sguardo di un inquietante Cristo Uno e Trino. Tra sacro e profano, la minuta e particolareggiata descrizione del paesaggio, unita all’atmosfera fiabesca fatta di sottili metafore, delinea l’appartenenza dell’artista all’universo underground di graffiti e tattoo, in un linguaggio colto e al tempo stesso popolare. Stesso discorso per Paolo Pibi la cui pittura enigmatica, dalle atmosfere campestri e i toni lievi, è più incline a quella tendenza definita Neo Folk fatta di atmosfere surreali e temi tratti della tradizione popolare. 




Nasce dalla serie Dissolvenze, l’opera che indaga sul precario equilibrio tra uomo e natura attraverso l’anima mundi, principio universale secondo cui gli tutti gli organismi sono parte di una comune anima. Sempre alla tradizione, ma stavolta di stampo tardo-medievale, guarda il boia di Cane Celeste - archetipo dell’uomo tratto dalla serie Spoon River - ispirato alla pala d’altare Crocifissione con donatore di Hieronimus Bosch per mettere l’accento sulla natura malvagia dell’uomo che ha come conseguenza la morte per sopraffazione. Nel tentativo di creare un effetto destabilizzante per la commistione tra passato e presente.




Sulla linea di confine tra figurazione ed astrazione s’inserisce l’opera di Pastorello dove natura e natura della pittura sono tutt’uno, poiché le leggi della natura governano il mondo quanto le leggi della pittura dominano l’opera. In un contesto metafisico, dove l’assenza è anche presenza inquietante, fondato sulla rigorosa semplificazione e il geometrismo formale, fatto di alberi tubolari sospesi nel vuoto che non proiettano ombre dal momento che tutto è luce e pittura. Al suo misurato equilibrio formale e alla linearità sintetica si contrappone l’irrazionale codice espressivo infantile - di un linguaggio volutamente ingenuo -, di Silvia Mei il cui messaggio bucolico è quello di riscoprire urgentemente il senso della vita e la propria appartenenza attraverso la natura, affinché l’uomo non dimentichi le proprie radici capaci di metterlo in relazione col tutto. 




Monito non lontano da quello messo in scena da Stefano Cozzolino che intende rappresentare i sinistri presagi di una natura minacciosa e l’angoscia dell’individuo di fronte alla sua immensità. Una situazione allarmante, al limite del degrado, nata dal repentino e invasivo progresso tecnologico, sfociato nel più sfrenato consumismo, a discapito di una natura che inevitabilmente sembra soccombere. Così come si legge nell’opera di Gianni Nieddu, dove un’umanità allo sbando, incarnata da una limousine, da potenza imponente trasmuta in innocua “macchina” davanti alla grandiosità della natura, convulsa e travolgente, simboleggiata da vorticosi tornanti.




Più vicino ad un’estetica prettamente pop, quella Nicola Mette è una pittura liquida e immediata che fa da sfondo ad una linea grafica raffinata che prende in prestito la favola del Leone e del Cervo adeguata a rappresentare un meccanismo di causa-effetto, dove un rinoceronte, braccato dall’uomo per le sue preziose corna, da vittima si trasforma in carnefice. Esortazione a non sottovalutare la capacità di autodifesa della natura. Appartenente a quella che è denominata Scuola di Lipsia, l’opera di Gavino Ganau si sviluppa invece all’interno di una dialettica metaforica tra uomo, natura e cultura. In un contesto naturale alterato si muove la figlia dell’artista a rappresentare la trasmutazione dell’uomo in un individuo “altamente” civilizzato, fagocitato da sé stesso, la cui esigenza più urgente è quella di mantenere il proprio status sfruttando le risorse del pianeta. Per non dimenticare che, per citare Shakespeare, se si concede alla natura nulla di più dello stretto indispensabile, la vita dell'uomo vale meno di quella di una bestia.