26 febbraio, 2012

RASHOMON

Il nemico del vero non è il falso, ma l’insignificante. (Renè Thom)




Soffiare fumo per disorientare chi si ha di fronte. E’ l’antica traduzione del termine camouflage il cui duplice e contraddittorio significato è traducibile sia come atto di protezione che d’attacco, ma è anche inteso come motivo di seduzione quanto di stupore che genera straniamento e perfino alienazione. Potente arma di difesa e offesa, il camouflage è una complessa operazione di mascheramento che permette di osservare senza essere visti. Di rendersi improvvisamente invisibili o trasformarsi in altro
Denominativo del mimetismo animale fino al XVIII secolo, il termine viene impiegato successivamente contestualmente alla trasformazione degli scenari della Grande Guerra in nome della Dazzle painting. Tecnica pittorica basata sull’alternanza irregolare di pieni e vuoti ed enfatizzata dall’uso sapiente della luce che, attraverso un complesso schema di forme geometriche che s’intersecano e compenetrano, ha dato vita alla strategia del camaleonte applicata alle macchine da guerra col fine di destabilizzare il fuoco nemico. Ne sono artefici i primi dazzle pattern Norman Wilkinson e il vorticista Edward Wadsworth, nonostante Picasso ne rivendichi la paternità ai cubisti. Infatti, al passaggio del primo carro mimetizzato sul Boulevard Raspail, Picasso lo guardò sbalordito, poi esclamò: ma siamo stati noi a inventarla (la mimetizzazione). Quella è cubismo.
  Saranno dadaisti e surrealisti ad esplorarne quegli stessi processi strategici, ma stavolta in ambito rigorosamente artistico, per poi essere adottati da Andy Warhol in versione maquillage; da Sandy Sherman attraverso il travestimento impiegato per esplorare zone inesplorabili; da Luigi Ontani, Yasumasa Morimura e Urs Luthi, che reinventano se stessi per rivelare non ciò che sono ma ciò che vorrebbero rappresentare al di là della natura immanente e contingente; e da Liu Bolin, l’artista con la sindrome di Zelig che, grazie a un body painting totale, si mimetizza perfettamente con lo spazio circostante. 
Non è il caso di Rosanna Rossi, che getta un ponte tra essere e apparire, che sfrutta la mimesi come simulazione strategica, come indagine della percezione oltre la visione. Per rivelare l’essenza non per occultarla. Natura è un tempio in cui colonne vive / Talvolta lasciano uscire parole / Confuse; l’uomo vi passa attraverso / Foreste di simboli, che l’osservano / Con sguardi familiari.
 Il suo è un linguaggio aniconico che scaturisce dall’attenta osservazione della natura attraverso un rigore progettuale carico di significati simbolici e dove la componente geometrica predomina. Nel tentativo di codificare la luce, l’artista genera un ordito di spessori e trasparenze, di stratificazioni e dissolvenze che danno vita a superfici vibranti e spesso cangianti. La ricerca analitica tra costruttivismo geometrico e natura poetica si traduce in una paziente e brulicante tessitura i cui esiti ritmici e cromatici rivendicano l’appartenenza a Forma 1. 
Così come l’immagine camuffata non è mai statica bensì in continua tensione - poiché fondata sulla compenetrazione di segni cromatici dinamici e discontinui -, anche l’opera di Rosanna Rossi costringe a ripensare all’idea stessa di segno, ad ampliarne il concetto. A considerare l’immagine sotto altre prospettive, leggerne il significato filtrato per rivelarne quello più recondito. Un pittore vive in mezzo ai suoi colori come il musicista, il quale non si separa mai dai suoi suoni, tutti e due pensano continuamente ad organizzarli e a scoprirne le combinazioni e gli aspetti più segreti e più improbabili. In solitudine, essi provano e poi provano ancora per vedere e sentire, se mettendo insieme gli elementi del loro linguaggio, ne risulterà un’opera compiuta, sottolineerebbe Piero Dorazio, artista che, con Sonia Delunay e Bruno Munari, rappresenta la figura cardine dell’indagine artistica della Rossi. Ma l’equilibrio instabile e l’impulso calligrafico non solo confluiscono nella rigorosa sintesi, bensì lasciano emergere quell’istinto ambivalente tra sentimento e ragione che trova il suo punto di forza in un fitto tessuto di segni di organica vitalità. Una trama che si dirama e si dilata come veicolo di seduzione cromatica. 
Frutto d’indagine introspettiva sul vissuto, la serialità è un elemento imprescindibile nell’espressività dell’artista. Costante che deriva dai ricordi indelebili di una bambina che, sulla Linea Gotica, ha visto passare i treni che trasportavano deportati ebrei: il numero è ciò che mi è rimasto sempre impresso: le moltitudini di gente, le ossa degli uomini nelle fosse, i buchi delle pallottole nei corpi, le facce dentro il treno. Ma l’uccisione di massa è quello che, oggi, mi sconvolge ancora.
Variazioni cromatiche di reticolati segnici su un unico tema compositivo, declinate nei toni del blu e del verde spezzati di tanto in tanto dagli ocra e accentuati dai neri quasi impercettibili, così può essere definita in sintesi la selezione di diciotto opere della serie Camouflage - tra cui il Grande Blu -, parte del work in progress accuratamente ripartito tra le cinque location individuate per l’antologica diffusa di Rosanna Rossi. Textures di doraziana memoria cariche di energia e vitalità, grafismi incrociati che si ripetono all’infinito strutturando un tessuto di rifrazioni luministiche evidenziando cromatismi inaspettati. Ogni colore si espande e si adagia / negli altri colori / Per essere più solo se lo guardi.
 La fluidità della tessitura segnica tradisce una sintesi pluridirezionale, la maniacale precisione di un impianto reticolare pulsante in un continuo alternarsi tra emozione e ragione, obbliga lo sguardo a percorrere l’intera superficie e concentrare l’attenzione sulla meditazione della condizione esistenziale. Giochi di luce, rigore compositivo e manualità certosina fondono colore e segno in un connubio che esula dalla freddezza del geometrismo minimale per giungere ad esiti di profonda intensità e lirismo.
Mi piace concludere la presentazione all’opera ultima dell’anarchica e utopizzante Rosanna Rossi - così come è stata definita da Lea Vergine - con le parole più che mai illuminanti di Gillo Dorfles, che ne tracciano il multiforme percorso e la complessa sensibilità nell’ambito di una posizione di alta professionalità mai condizionata da facili strategie commerciali. Il suo lavoro è un esempio di non piegarsi alle mode e ai modelli stagionali; ma di seguire con la fiducia derivante dalla coscienza della propria autenticità, quella maestra che finisce per essere (come purtroppo di rado avviene) la sola percorribile da chi non si arrenda alla estemporaneità del momento ma voglia esprimere la propria fede nella vita e nell’arte attraverso la partecipazione non solo “sensoriale” ma etica ed estetica della propria individualità più nascosta e genuina. Oggi come cinquant’anni fa.


1     Gertrude Stein, Picasso, Adelphi, Milano 1973, pp. 20-21.
2     Charles Baudelaire, da Corrispondenze, “I Fiori del male“, Fabbri Editori 1986, p. 28.
3    Intervista di Giannella Demuro, Tra rigore e passione in “Ziqqurat” n. 5, 2011, Edizioni Time Jazz.
4    Giuseppe Ungaretti, Tappeto, in “L’Allegria”, 1931, Milano.
5   Gillo Dorfles, presentazione in catalogo della mostra Opere 1987/2003, Galleria Giancarlo Salzano, Torino.


Testo catalogo mostra diffusa di Rosanna Rossi RASHOMON



11 gennaio, 2012

La Sardegna piange Roberto Coroneo



A soli 53 anni ci ha lasciati Roberto Coroneo, una delle menti più brillanti della Sardegna. Luminare di storia dell'arte medievale sarda, stimato preside della Facoltà di Lettere nonchè uomo di grande sensibilità e umanità. Un'immensa perdita per la cultura sarda e non solo. Addio Roberto, ci mancherai.

28 dicembre, 2011

Icon (on) Graphy - IL BACIO

Icon (on) Graphy alla seconda puntata. E dopo la Pietà, un altro rapporto umano. Certo meno drammatico. Si parla di baci, ovviamente. Dalla castità raffigurata da Giotto allo scambio di effusioni durante gli scontri di Vancouver





Dammi mille baci, poi cento poi altri mille, poi ancora cento. Se riusciamo a collocare il primo componimento sul bacio al I secolo a. C. - grazie al carme di Catullo - non è invece data a sapere la sua più antica trasposizione iconografica. Deriva dalla trasformazione dell’atto materno di nutrire la prole dopo aver masticato il cibo, a detta degli antropologi, viene quindi fatto risalire alla preistoria. 


Nonostante ciò gli esempi più arcaici del bacio sono da ricercarsi in ambito attico tra la ceramica greca a figure rosse - dove scene d’amore platonico, saffico ed efebico sono assai diffuse - e successivamente in alcuni degli affreschi pompeiani, come quello dedicato a Polifemo e Galatea. Seguito tre secoli dopo dal gruppo scultoreo di Amore e Psiche, rinvenuto a Ostia antica nell’omonima domus


Come testimoniano i codici miniati, il bacio assume nel Medioevo una connotazione sociopolitica poiché diventa forma di contratto oltre che simbolo dell’amor cortese, ma le trasposizioni sono da ricondurre esclusivamente ad episodi evangelici, in particolare al bacio di Giuda


Da quello del mosaico di Sant’Apollinare Nuovo agli affreschi dell’Abbazia di Sant’angelo in Formis per arrivare a Giotto che, nella Cappella degli Scrovegni, raffigura anche il casto bacio tra Anna e Gioacchino, non dissimile da quello della Visitazione di Vittore Carpaccio in quanto liturgico. 



Unica tipologia di bacio concessa fino al XIII secolo quando inizia a liberarsi da quell’aura di peccato per assurgere ad espressione d’amore col Bronzino, artefice del primo bacio alla francese tra Eros e Afrodite. Fino a farsi sempre più audace e sensuale con Rubens e giungere al suo trionfo con le vedute voyeuristiche di Boucher e Fragonard


Nel XIX secolo, quando è la letteratura a farla da protagonista, il bacio è al culmine della sua rappresentazione. Giulietta e Romeo, Paolo e Francesca, Ginevra e Lancillotto forniscono abbondante materiale a Romantici, Preraffaelliti e Simbolisti consacrandolo a simbolo di tragedia e passione. 


E se Canova recupera il modello di Amore e Psiche, Francesco Hayez affida il più celebre bacio a una coppia sconosciuta di amanti, mentre Franz Von Stuck s’ispira all’enigma della Sfinge, motivo millenario ritornato in auge da fine ‘700. 


Ampiamente sfruttato dagli esponenti delle avanguardie, da Munch a Klimt, da Chagall a De Chirico fino a Magritte con gli inquietanti amanti incappucciati, farà la fortuna di fotografi come Alfred Eisenstaedt e Robert Doisneau che catturano baci appassionati tra la folla, per diventare sempre più trasgressivo. 


Dal bacio erotico e carnale di John Currin a quello grottesco di Joel Peter Witkin, passando per i dissacranti Robert Gligorov e Kulik in posa con cani e maiali. Non è motivo nuovo per Benedetton che, dopo trent’anni dal prete e la suora, estorce vigorosi baci ai leader mondiali tra i quali Benedetto XVI alle prese con l’Imam de Il Cairo, ovviamente censurato. 


Ebbene sì, malgrado il romantico quanto discusso bacio di Vancouver durante la guerriglia urbana ad opera di Richard Lam, siamo lontani anni luce dai tempi de la bocca mi baciò tutta tremante.


15 dicembre, 2011

Venezia è sempre Venezia



Crea i rendering degli edifici progettati nel corso del ‘900 e mai realizzati per sovrapporli allo scatto originario. Stiamo parlando del fotografo spagnolo Dionisio Gonzalez, che rende un omaggio postumo e in parte provocatorio alla Serenissima con la serie Las Horas Claras. Alla Project B fino al 13 gennaio...



Rendere visibile l’invisibile mettendo in discussione la percezione della realtà. Sbalordire e disorientare, trasfigurando l’identità di un luogo, per suggerire un immaginario alternativo, talvolta estremo. Queste le peculiarità del codice espressivo di Dionisio Gonzalez, il cui punto di forza è il connubio tra rigore fotografico e fantasia architettonica. Per una sorta di rielaborazione dei capricci barocchi in chiave contemporanea. 




Direttamente dall’appena conclusa Biennale, una serie di 6 lightbox dedicata alla città senza tempo per eccellenza, ricrea virtualmente gli edifici progettati nel corso del ‘900 e mai realizzati per introdurli, a sorpresa, laddove avrebbero dovuto sorgere e infrangere il sacrale aspetto di Venezia. Le Corbusier, Wright, Louis Khan, Aldo Rossi e perfino Palladio, sono le archistar che hanno tentato di cambiare volto alla Serenissima, immutato e sospeso nel tempo e perciò unico al mondo. Quella di Gonzalez è una Venezia come non l’avete mai vista e come (quasi certamente) non la vedrete mai.

21 novembre, 2011

Between Earth and Sky. Cronaca postuma di un happening d'arti visive




Ma come possono gli uomini far fronte alle tensioni terrene, se non sanno nulla della tensione tra cielo e terra. (Dietrich Bonhoffer)
Archè di tutte le cose per gli antichi filosofi greci nonché flusso primordiale che origina la vita,  l’Acqua è uno dei quattro elementi naturali della cosmologia aristotelica. Padrona indiscussa della natura ma anche potente metafora dell’inconscio collettivo, non a caso è il più carico di significati simbolici e come tale ambivalente a tutti livelli. Infatti può connotarsi fonte di vita ma anche fonte di morte, forza creatrice quanto distruttrice se è vero che, parafrasando Ovidio, nulla è più duro d’una pietra e nulla è più molle dell’acqua. Eppure la molle acqua scava la dura pietra. 
In continuità tra cielo, terra e mondo sotterraneo, l’acqua rappresenta il legame tra maternità e spiritualità, ma è per antonomasia simbolo di purificazione e rigenerazione. Attraverso il Battesimo libera dal peccato originale, e tramite il Gange - madre di tutte le acque - è capace di cancellare le colpe più terribili, dal momento che l’acqua è il simbolo del principio, una sorta di specchio celeste, di elemento primevo dotato di straordinarie qualità, prima fra tutte, la capacità di purificare.
Acqua come origine di ogni forma di vita, acqua come sostentamento indispensabile in quanto feconda la terra, acqua come bene comune dell’umanità, acqua come elemento plasmante dell’universo poiché tutto circonda. Quello tra uomo e acqua è un legame indissolubile le cui origini risalgono all’alba dei tempi e che ha dato luogo a un universo popolato di miti e leggende poiché, come scrive Bachelard, è vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna.
Between Earth and Sky - Tra Cielo e Terra è una rassegna d’arti visive che, sulla base di un dialogo immediato d’interazione e scambio, intende accorciare le distanze tra pubblico e artista e approfondire il rapporto tra uomo e natura attraverso i quattro elementi - nello specifico l’acqua - dal momento che il centro barbaricino di Sadali, immerso nella vegetazione più rigogliosa, annovera quaranta grotte e due cascate naturali. Gli interventi, che prevedono pittura, scultura, installazione, grafica, fotografia e video, hanno l’obiettivo di interagire con l’ambiente, la cultura e la popolazione in una rete di collaborazione e confronto per contribuire alla diffusione dell’arte contemporanea anche nei piccoli centri. Aprendo nuovi scenari e spazi di riflessione che scandiscano la pluralità dei linguaggi estetici in quanto, a detta di Duccoli, una goccia d’acqua è abbastanza potente da creare un mondo e dissolvere la notte
Cronaca postuma di un happening d’arti visive
Laboratorio collettivo d’indagine creativa di arti visive e performative, Between Earth and Sky si è svolto nell’arco di tre giorni articolato in tre principali interventi che hanno visto un gruppo di 19 artisti - Silvia Argiolas, Giusy Calia, Alessio Onnis, Francesco Podda, Elisabetta Falqui, Veronica Gambula, Marta Fontana, Gavino Ganau, Pastorello, Stefano Cozzolino, Valentina M, Gianni Nieddu, Gabriele Pais, Antonio Bardino, Bruno Petretto, Luigi Bove, Lorenzo Oggiano, Gruppo Sinestetico, Andrea Portas - esporre opere pittoriche, fotografiche e video all’interno di alcune abitazioni non più utilizzate, disseminate nel centro del paese, che conservano in parte antiche mobilie e attrezzi da lavoro, e nella piccola chiesa di San Valentino, che ha ospitato alcune sculture; altri 8 artisti - Paola Porcedda, Raimondo Gaviano, Maria Grazia Oppo, Raffaello Ugo, Enrico Piras, Gianfranco Setzu, Giulia Casula, Elisa Desortes - nel corso delle tre giornate hanno realizzato un’opera site specific tra le vie del paese e in alcuni spazi del centro storico per un happening che ha consentito di analizzare differenze e pluralità di linguaggi e confrontare i diversi punti vista che hanno visto l’acqua protagonista incontrastata.
Quello di Enrico Piras è uno sguardo che nasce dall’idea dell’acqua come metafora del viaggio demandata a un vecchio baule - proveniente dall’ex ospedale psichiatrico di Sassari - colmo di piume dei cuscini usati dai pazienti, che diffonde la registrazione del passaggio di un trenino elettrico. Fil rouge tra l’esperienza psichiatrica e la dimensione del viaggio mentale. E’ ancora il viaggio, ma in questo caso onirico, a farla da protagonista nella video-installazione a due canali di Paola Porcedda e Svart1, che prende spunto dai boschi lussureggianti di Sadali e dalle sensazioni ipertrofiche di un visitatore che si addentra nella boscaglia. Dai contrasti di luci e ombre che s’insinuano tra le rocce e al loro riverbero, ai movimenti quasi impercettibili di piante e insetti, tutto è congeniale a profilare un’esplorazione intima della natura che diviene oggetto dell’immaginario collettivo.
Una riflessione sulla frontiera tra il sé e l’altro, sui confini e sul loro attraversamento mediante la ripresa fissa della poppa di una nave e della sua scia, è Land! l’installazione video di Giulia Casula che, dal tramonto all’alba, scandisce il solcare delle acque proiettato sul lenzuolo che riveste un letto, ad evocare una dimensione domestica, elemento costante nella ricerca dell’artista. In antitesi al decreto legge sulla privatizzazione dell’acqua, Requiem di Raffaello Ugo si configura come un meccanismo di elementi di riciclo che funziona come un mulino ad acqua facendo risuonare un batacchio ad emulare il suono di una campana a raccolta. Campanello d’allarme che invita a prendere atto che l’acqua, privata da quella sacralità che la contraddistingue, è oramai bene commercializzabile. Stesso concetto per installazione di Maria Grazia Oppo - costituita da elementi plastici dalla connotazione fallica -, incastonata tra le rocce della cascata che, tra artificialità, simulazione e fertilità, vede l’acqua come risorsa primaria dell’ecosistema sottoposta a leggi di mercato che rischia di compromettere quel labile equilibrio tra uomo e natura.
E se Elisa Desortes interpreta tutti e quattro gli elementi e li racchiude in piccole gabbie per uccelli che dissemina nell’atrio di casa Podda, Gianfranco Setzu tappezza il centro storico con i poster HolyWater, fittizia campagna pubblicitaria in versione pop per una visione irriverente e straniante dell’elemento vitale per antonomasia che si trasfigura in acqua santa. La rassegna si è conclusa con la performance di un gruppo di writer, armato di mascherine e bombolette spray - Alberto Marci, Michael Chavalier, Jonathan Solla, Alessio Angioni - al quale è stata messa a disposizione la piazza adiacente alla cascata centrale per dare sfogo ad un immaginario fantastico fatto di pesci e uccelli dai cromatismi sgargianti.